Pietro Spagnoli: l’Opera Lirica sa parlare alle persone perché racconta dei sentimenti umani

Qual è stato il tuo primo contatto con l’Opera?

Avevo 10 anni e il mio maestro di canto, il Sacerdote Vittorio Maria Catena, portò i ragazzi cantori del Coro della Cappella Sistina allo Sferisterio di Macerata dove si rappresentava Un Ballo in Maschera di Giuseppe Verdi. Dopo pochi giorni tornammo per assistere ad Aida, sempre di Giuseppe Verdi. Era il 1975.

L’impatto fu sconvolgente per me. Non ero mai stato a teatro, se non quello della parrocchia, e non avevo mai sentito voci liriche.

Rimasi inchiodato alla sedia per tutte e due le rappresentazioni, con Padre Catena accanto che faceva commenti sul modo di cantare dei solisti protagonisti.

Quando hai capito che l’Opera poteva diventare la tua missione?

All’età di 15 anni pensai di poter essere un professionista della voce e di poter essere un corista del coro da dove provenivo. Poi lo Stesso Padre Catena mi avvisò che avevo qualità importanti e che potevo ambire a qualcosa di più.

Iniziai a studiare con lui pensando di avere una voce di Basso. Cantavo con una impostazione adatta per la sezione di un coro.

Quanto è stata dura la fase iniziale dello studio?

Il mio primo maestro essendo un grande uomo di arte e di fede (era un frate, Servo di Maria) tentò di darmi i primi rudimenti della tecnica. Fondamentalmente non ci riuscì.

Fui costretto a cambiare insegnante, continuando però a frequentare il coro di Santa Maria in Via a Roma diretto dallo stesso Padre Catena. Tutto ciò per riconoscenza all’uomo che mi fece crescere in cultura musicale ed interpretativa. Fu lui ad affidarmi le prime parti solistiche negli oratori di carattere religioso che annualmente il Coro eseguiva in pubblico.

Negli anni ho avuto diversi insegnanti dai quali ho appreso sempre qualcosa. L’ultimo in ordine cronologico è stato un mio caro collega ancora in attività, Alessandro Corbelli, che con pazienza e generosità mi ha permesso di comprendere appieno il senso del canto sul fiato.

Lo studio è pieno di insidie e molto faticoso poiché richiede un’analisi profonda del proprio corpo e del modo di cantare. Applicazione e pazienza. Le sconfitte sono molte e le vittorie poche. Ma quelle poche vittorie cambiano radicalmente il proprio atteggiamento verso la voce ed il canto. Il lavoro del cantante io lo paragone a quello degli equilibristi.

Tecnicamente il canto è una forma di equilibrio tra fiato e suono emesso dalle corde vocali. Questo è solo l’inizio. Raggiunta questa delicatissima alchimia tecnica bisogna affrontare la musica e lo stile esecutivo dei diversi autori.

Altro grande lavoro di studio, dove l’intuizione può aiutare ma non basta. Serve grande attenzione nella lettura della partitura per capire cosa richiede il compositore.

Quali esperienze ti aspettavi di vivere una volta iniziata la carriera?

A ventitré anni non si capisce bene dove si sta andando.

Amavo cantare e amavo il teatro. Sicuramente la possibilità di ascoltare i colleghi con maggiore esperienza mi apriva un mondo nuovo. Ero pieno di curiosità.Viaggiare e incontrare persone di tutto il mondo arricchisce l’essere umano. Io questo non lo immaginavo e viverlo in prima persona mi ha reso molto felice.

L’Opera Lirica e la musica in generale, essendo un’arte amata in tutto il globo terreste, mette in contatto i popoli. Aiuta la fratellanza e la pace.Personalmente la carriera mi ha permesso di parlare le lingue, conoscere colleghi e spettatori di tantissimi paesi, ascoltare grandi artisti. 

Come vivi il rapporto con il pubblico?

Io sono grato al pubblico. Sempre.

Il mio primo intento e donare quel che so fare per permettere agli spettatori di giustificare la loro presenza in teatro. Un’emozione viva, come è appunto una rappresentazione teatrale, non potrà mai essere sostituita da un CD o un DVD.

Il pubblico respira con me, ride e piange, si infuria ed è in pace. Con l’esperienza ho imparato a gestire la tensione dovuta alla prestazione e al giudizio che il pubblico e chiunque mi ascolti, esercita.

Ho scoperto che dalle Americhe al Giappone ed in tanti paesi europei ed extraeuropei molti appassionati si avvicinano alla cultura italiana anche grazie alla musica che l’Italia ha prodotto nei secoli.

Molti di questi parlano italiano per il semplice amore per l’opera. Nei tanti anni di carriera ho stretto amicizie con una piccola parte di spettatori fedeli che viaggiano per il mondo pur di non perdere le mie rappresentazioni.

Come vivi i rapporto con i colleghi e con le maestranze del Teatro?

La correttezza ed il rispetto sono il fondamento del mio modo di approcciare con i colleghi e tutti i lavoratori del teatro.

Chiedo, di ritorno, lo stesso atteggiamento. Negli anni ho stretto amicizie importanti con alcuni colleghi. Con altri stima sincera e collaborazione proficua nelle produzioni che ci hanno visto sullo stesso palcoscenico.

Sarebbe ipocrita non dire che non sempre tutto fila liscio. Come in qualsiasi rapporto umani si incontrano difficoltà. Tendo a lasciar cadere quanto possibile. Mi prodigo affinché in palcoscenico ci sia armonia e voglia di creare qualcosa di unico ed importante.

Siamo in fondo al servizio del pubblico. Negli anni ho anche avviato un progetto fotografico che si chiama Facce da Teatro.

Ho fotografato ogni lavoratore dei teatri: i colleghi, i sarti, i macchinisti e gli attrezzisti, i truccatori e i parrucchieri, gli impiegati, gli orchestrali, i ballerini e gli artisti del coro. Ognuna di queste persone col suo studio quotidiano, l’applicazione, l’amore per il teatro e la musica, crea il sogno del teatro dal vivo.

Cosa ti rende particolarmente felice quando entri in scena?

Io mi ritengo un animale da palcoscenico. Superati i primi attimi di terrore per l’impatto della sala, piena di gente che ascolta e guarda con attenzione, mi lascio trasportare dalla scarica adrenalinica che mi aiuta nella concentrazione e nel controllo di ogni attività del canto e della recitazione. 

Ascoltare il pubblico ridere o vederlo attento e partecipe è motivo di grande orgoglio e piacere. Altra cosa che mi da profondo godimento è l’intesa che si può creare con un/una collega o con il direttore d’orchestra.

La sintonia è un momento di pura magia a cui rinuncerò con difficoltà nel momento del mio, spero lontano, ritiro dalle scene.

Come reagiscono i bambini quando vengono a vedere l’Opera?

Le esperienze con le scuole sono state sempre estremamente positive.

I ragazzi possono essere rumorosi ma se ben preparati all’ascolto dai loro professori, sono il pubblico migliore possibile. L’entusiasmo e la voglia di conoscenza, la curiosità, sono prerogative dei ragazzi.

Serve educarli, prepararli. L’Opera Lirica non è una canzonetta di musica pop. Ha una struttura molto più complessa ma sa parlare alle persone perché racconta dei sentimenti umani.

Anni fa il teatro Carlo Felice di Genova organizzò, dopo le prove e gli spettacoli, degli incontri con le scolaresche. Fummo subissati di domande dai ragazzi. Sempre attenti e perspicaci, mai banali. Curiosi di conoscere quale era il nostro sentire mentre eravamo un personaggio in scena.

Fu un momento memorabile. Conservo con gelosia i disegni che fecero per raccontare lo spettacolo che avevano visto.

Come pensi che l’Opera possa contribuire a migliorare noi stessi e la società in cui viviamo?

L’Opera richiede studio ed attenzione sia per chi esegue, sia per chi ascolta. Significa esercitarsi nella concentrazione per godere appieno della bellezza che questa forma di arte produce. 

Permette di piangere, ridere, riflettere. Provoca sentimenti sia di inquietudine, sia di pace.

Fa viaggiare ed incontrare le persone. Li invita a studiare uno strumento o le lingue che ascolta. Invita a studiare la storia perché narra sempre, o quasi sempre, fatti realmente accaduti o situazioni relative a delle epoche passate.

Invita a non meravigliarsi delle soluzioni registiche e interpretative. Suscita dibattiti, anche accesi, che stimolano la riflessione ed il confronto.

Mette in contatto i popoli.