Elena Bresciani: l’Opera Lirica è un’eredità nella quale si riconosce il mondo intero

Sono nata a Romano di Lombardia, città natale del grande tenore di epoca romantica Giovan Battista Rubini, dove strade, scuole, monumenti, fondazioni, tutto porta il suo nome.

Dove esiste una sala che si chiama “Sala del Pirata”, la grande opera di Vincenzo Bellini della quale Rubini è stato grandioso interprete.

Dove esiste un cortile con gli altorilievi di tutti i grandi compositori italiani d’opera. 
Io da quando son bambina vado al cimitero e prego sulla tomba di questo grande cantante, da bimba mi ci portava mio padre a metterci i fiori.


Quando la nebbia scende in pianura padana, si perde il concetto di tempo ed è facile essere catapultati in un’altra epoca, ed immaginarsi una diligenza che passa, e così io facevo da bambina, mi catapultavo nell’Ottocento. 

L’Ottocento … Il Teatro era il luogo dove la società tutta si ritrovava e riconosceva, prima della radio, prima della televisione. L’opera era lo specchio di questa nostra Italia prima delle grandi guerre, l’Italia dei Salotti, della Milano intellettuale, del buon cibo e della povertà vera, dei romanzi vecchia Europa che ci facevano palpitare il cuore.

Io vivevo l’Ottocento come se fosse reale nella mia testa, sospesa nel sogno, ero nata cantante ed intellettuale ottocentesca, nelle mie fragilità, nelle mie lacerazioni, nelle contraddizioni profonde del mio animo, ero il Melodramma; era un destino, una croce da portare, ineluttabile, agognata, sofferta. 

Sotto i portici del Colleoni, in centro, andavi a far risuolare le scarpe da un calzolaio che aveva una voce da baritono stupenda e cantava l’opera dalla mattina alla sera.

Anche lui era un Rubini. Tutte le persone che nel Novecento nascevano qui ed avevano voce erano di quel ceppo, si sapeva e basta, non c’era bisogno di alberi genealogici, la Voce è nel DNA e in ogni singola cellula di te. 


La nonna di mio padre si chiamava Maria Rubini e così mi arrivò questo dono, questo bene della Voce e tutto il dolore, la gioia e l’ansia che il percorso del cantante si porta appresso: viaggi in solitudine, case che non son mai la tua, amici in ogni parte del mondo, famiglia artistica allargata, porte sbattute in faccia e portoni che si aprono, studio, interviste, “oddio son timida e mi devo fare una corazza” ed ancora studio, ascolti, sogni, realizzazioni, gavette su gavette in sette nazioni, orgoglio di essere Italiana, orgoglio di portare la nostra musica e le nebbie della pianura padana e quella bimba che sognava, sulle tavole del palcoscenico. 


Ma cosa ripaga tutti questi sacrifici e tutta la storia umana e professionale di un cantante d’opera? La bellezza, la consapevolezza che questa bellezza, queste ore, giorni, anni spesi nella ricerca del suono “più bello possibile”, del suono “più funzionale scenicamente al tuo personaggio”, del “suono brutto, aspro se necessario” ed il senso di ricerca, di assolvere un compito elevato che cerchi di trasmettere ai tuoi allievi, non è vano, bensì si inserisce in un grande percorso, che non è il mio.

La mia vita è solo un pezzettino piccolissimo di quattrocento anni di storia tutta italiana che parla della nostra lingua, della nostra letteratura, della poesia di una nazione creativa, una nazione che la gente veniva a visitare per compiere percorsi di studi e “bildung”, una nazione che attraverso l’opera parla al mondo intero. Questo vorrei che i nostri figli sapessero.

Quando mio figlio, che ha sei anni e gli occhi miei grandi e schietti,  mi chiede perché io son così vecchia e lui così piccino, rispondo: “c’è stato un momento della mia vita, nel quale io vivevo tutta intera la mia esistenza per l’Opera, perché l’Opera è così bella e regala una tale pienezza, che attraverso questa musica pregavo e scoprivo Dio, ogni singolo giorno; poi sei arrivato tu e mi hai trasformata, ma l’Opera resta bellissima ed è un dono da preservare che lasciamo a Voi bimbi, un’identità italiana, positiva e sana, nella quale a specchio, si riconosce il mondo intero”.  

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